INTRODUZIONE
PREMESSA
LA RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA
LA RESPONSABILITÀ SOCIALE DI GENERE
LA NORMATIVA DI RIFERIMENTO
BUONE PRASSI DI CONCILIAZIONE DEI TEMPI
GLOSSARIO: 10 PAROLE DA RICORDARE
APPENDICE
INDIRIZZI INTERNET

 

LA RESPONSABILITÀ SOCIALE DI GENERE

L’Unione Europea da anni è impegnata a rimuovere gli ostacoli nei rapporti tra uomini e donne e a favorire la condivisione delle responsabilità familiari in quanto problematica direttamente correlata all’uguaglianza tra i generi. La scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro, le differenze retributive tra i due sessi, il persistere del cosiddetto "soffitto di cristallo", che limita l’accesso delle donne a ruoli di spicco, sono alcuni esempi della disuguaglianza ancor oggi presente tra uomini e donne e degli svantaggi di queste ultime.

L’UE è più volte intervenuta con propri provvedimenti legislativi (Libro Verde 2001; Agenda sociale 2005-2010) per promuovere la parità tra uomini e donne. Tale condizione è alla base del modello sociale europeo, costruito attraverso politiche volte a migliorare la condizione di vita delle donne, facendo leva su maggiori opportunità di accesso alla formazione, al lavoro, migliori condizioni di lavoro e di conciliazione di tempi di vita e di lavoro.

Il Patto Europeo per la parità di genere emanato dal Consiglio Europeo del 23-24 marzo 2006 rappresenta l’impegno degli Stati membri per l’attuazione di misure volte a colmare i divari, combattere gli stereotipi nel mercato del lavoro e promuovere la conciliazione tra vita familiare e lavorativa.

In Italia l’applicazione di politiche di pari opportunità all’interno delle imprese richiede ancora un percorso di informazione e diffusione di metodologie e buone prassi per mettere in evidenza il legame tra le pari opportunità e la qualità del lavoro.

L’adozione di politiche di pari opportunità tuttora, invece, è valutata con diffidenza e ritenuta, molto spesso, un costo per l’azienda, tralasciando invece di considerare l’altro costo, quello della "non equality", in quanto riferita esclusivamente alle donne come categoria svantaggiata, quindi da proteggere, o come categoria di persone a relativa affidabilità sul lavoro per le assenze legate ai carichi familiari.

Diversamente, parlare di pari opportunità nel mondo del lavoro vuol dire rispetto della persona - uomo e donna - come diritto di tutti, ma anche necessità economica che deriva dalla opportunità di ottimizzare le competenze e le abilità di tutta la forza lavoro, venendo incontro alle esigenze di vita di chi lavora (lavoratori dipendenti, professionisti, lavoratori autonomi, ecc.), ai cambiamenti delle organizzazioni del lavoro, delle tecnologie e del sistema economico in genere.

In pratica, significa agire sul piano professionale, quindi all’interno dell’azienda e della sua organizzazione; sul piano personale, vale a dire delle relazioni familiari per la gestione e condivisione del lavoro di cura della famiglia; sul piano sociale, quindi nell’organizzazione dei cosiddetti "tempi e orari della città" e dei servizi sul territorio.12

Responsabilità sociale d’impresa: obiettivo di pari opportunità

Proprio nella Responsabilità sociale delle imprese è riposta grande aspettativa per la diffusione degli obiettivi delle pari opportunità uomo-donna, favorendo la parità di trattamento e di uguaglianza, l’eliminazione di discriminazioni, l’abbattimento di ostacoli alla partecipazione in ogni ambito della vita, la valorizzazione delle diversità e dei bisogni. Infatti un’impresa socialmente responsabile non può esimersi dall’applicare tali principi.

Le pari opportunità non devono, infatti, definirsi come "un problema delle donne", ma devono assurgere a occasioni per migliorare la vita (lavorativa e sociale) sia degli uomini sia delle donne. Gli sforzi dell’Europa per eliminare barriere e discriminazioni che ricadono sulle donne sono parecchi e forti, a cominciare dall’inserimento delle pari opportunità tra i quattro pilastri della Strategia Europea per l’occupazione e il gender mainstreaming (cioè, la valutazione del punto di vista delle donne per considerare le ricadute su uomini e donne delle decisioni, delle politiche e delle leggi) quale priorità trasversale nell’elaborazione dei piani nazionali per l’occupazione.

Come le pari opportunità, così la conciliazione dei tempi di lavoro e cura è un altro elemento determinante per l’affermazione delle donne nell’ambito lavorativo.

Così come le pari opportunità, anche la conciliazione non deve essere "questione delle donne", ma estendersi al contesto sociale. È necessario cambiare la conciliazione per migliorare la vita degli uomini e delle donne, partendo dal presupposto che una vita "più agevole" può aumentare la produttività di chi lavora.

Oggi le donne lavorano più di un tempo, studiano più di un tempo (si laureano prima, con voti migliori, nei concorsi arrivano prima degli uomini) ma questi risultati non si concretizzano in una condizione, tanto che si può affermare che le donne non stanno nel lavoro come si meriterebbero, intendendo con tale affermazione denunciare una condizione che si ritrova in tutte le tipologie lavorative (lavoro dipendente, lavoro autonomo). Quanto deve mutare è l’organizzazione del lavoro, della società e dei servizi mediando proprio lo sviluppo economico e sociale con il gender mainstreaming.

Promuovere la Responsabilità sociale di genere

Promuovere la Responsabilità sociale di genere (RSG) vuol dire mettere in relazione lo sviluppo dell’impresa con il benessere delle persone, delle comunità, delle donne attraverso la diffusione della cultura della pari opportunità e l’abbattimento delle discriminazioni. Per fare questo sono necessarie: la partecipazione attiva delle donne alle decisioni, una politica più attenta al tema della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, una migliore qualità del lavoro nel contesto ambientale-sociale, con effetti positivi per la competitività aziendale e per l’intera comunità. Responsabilità sociale di genere, infatti, significa implementare nell’organizzazione aziendale prassi che eliminino differenze di comportamento, e relativi effetti, sugli uomini e sulle donne, adottando politiche che favoriscono pari occasioni di crescita professionale e di carriera, di formazione, di sicurezza e di tutela della salute.

La differenza di genere diventa, così, una strategia aziendale strettamente collegata alla qualità, spostando il focus dalla situazione delle donne alla qualità della vita lavorativa e personale di uomini e donne.

Le azioni positive, nell’ambito della Responsabilità sociale di genere, possono giungere fino al "bilancio di genere", attraverso il quale è inteso raggiungere la massima equità, valutando gli effetti prima di decidere una spesa e dopo averla fatta. Non vuol dire, però, fare bilanci distinti per uomini e donne e nemmeno che le donne devono essere il centro di interesse.

La Responsabilità sociale di genere va, dunque, vista come elemento di competitività, come attenzione agli stakeholders (clienti e dipendenti) che quindi potrebbero scegliere l’azienda perché "sensibile" a tali problematiche o come miglior ambiente lavorativo.

Ad esempio un buon "piano di conciliazione" che preveda part time reversibile, telelavoro per alcuni mesi, orario flessibile, contributi per il nido può rappresentare elemento positivo - per una scelta a favore dell’azienda. Saremmo di fronte a un caso di aziende family friendly, vale a dire di un’azienda che in un’ottica di Responsabilità sociale di impresa oltre a favorire l’utilizzo da parte dei lavoratori e lavoratrici dei vari benefici previsti per legge (permessi, congedi parentali, ..) promuove azioni che agevolano la "conciliazione".

La Responsabilità sociale di genere nella piccola impresa

Simili interventi sono applicabili anche nella piccola e micro impresa, dove - magari inconsapevolmente, ma per quel rapporto molte volte quasi familiare tra imprenditore e dipendente, che considera il lavoratore un capitale dell’impresa - spesso vengono adottate simili scelte, ma non codificate e quindi non riconosciute. E va rimarcato un principio: che destinatari di tali benefici non sono solo i lavoratori dipendenti, ma possono esserlo anche gli stessi imprenditori, così come offerto dalle leggi al riguardo emanate da Stato e Regioni, che prevedono incentivi specifici, qualora vengano messe in campo simili azioni.

È per questo che resta necessaria una forte azione informativa al riguardo sui vantaggi che l’implementazione di tali prassi può portare, per far diventare una "normalità" ciò che qualcuno attua perché più lungimirante o sensibile.

La necessità di incentivare la diffusione di tali prassi è nota sia a livello europeo che locale. Non a caso, dall’Unione Europea come da alcuni Stati membri, sull’onda delle sollecitazioni del Consiglio di Lisbona (c.d. strategia di Lisbona), sono stati istituiti premi, riconoscimenti, loghi da assegnare ad aziende che sanno combinare il fare business, le politiche del personale e l’organizzazione del lavoro con i bisogni degli uomini e donne, intesi come lavoratori e come soggetti sociali.

 

 




















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